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Diventare mamma? Per il datore di lavoro è una colpa da pagare a caro prezzo.

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Articolo in: - Editoriali  

Dall'Italia e dal mondo

M.B. 15/09/2010

Diventare mamma? Per il datore di lavoro è una colpa da pagare a caro prezzo. M.B.

L'esperienza di una mamma lavoratrice che si è vista trasformare l'evento più bello della sua vita in un vero incubo.

"È veramente incredibile ed increscioso quello che una donna subisce dal momento in cui comunica al proprio datore di lavoro il proprio stato interessante e, sino a quando non ho vissuto l'esperienza in prima persona, potevo solo immaginare, in virtù delle esperienze altrui, le pressioni e le umiliazioni che scaturiscono da una mentalità maschilista ed arcaica che ancora oggi è alla base del comportamento di certi uomini e certe donne che pensano di avere del potere sugli altri."

 

Il 2010 ha fatto oramai ingresso nelle nostre vite da qualche mese; ebbene sì, senza neanche rendercene conto siamo già nel 2010, cifra che dovrebbe far pensare ad una società evoluta, emancipata, aperta mentalmente, insomma ad una società ultra moderna. Eppure ancora oggi tutto questo sembra un vero miraggio. A cosa mi riferisco? Ad una società che se da una parte rispecchia il modello descritto sopra per il vanto di offrire tecnologie sempre più avanzate e per essere sempre più all'avanguardia in tutti i settori, dall'altra è evidente che siamo rimasti fermi al medioevo se andiamo ad affrontare il discorso "lavoro femminile".

Non si vuol qui disquisire sul divario che, ancora oggi, separa in maniera inqualificabile il trattamento economico riservato al lavoratore rispetto a quello riservato alla lavoratrice, a parità di ruolo ( argomento di per sé non privo di importanza, tanto che è recente l'entrata in vigore del nuovo decreto che prevede sanzioni più severe per chi non rispetta le pari opportunità tra uomo e donna in azienda - rif. D. lgs. n. 5/5010 - ); in questa sede, infatti, è mio desiderio puntare l'attenzione su di un argomento che, purtroppo, non riceve quel giusto peso che merita di avere, e cioè l'emarginazione della mamma lavoratrice o lavoratrice in gravidanza sul posto di lavoro.
È veramente incredibile ed increscioso quello che una donna subisce dal momento in cui comunica al proprio datore di lavoro il proprio stato interessante e, sino a quando non ho vissuto l'esperienza in prima persona, potevo solo immaginare, in virtù delle esperienze altrui, le pressioni e le umiliazioni che scaturiscono da una mentalità maschilista ed arcaica che ancora oggi è alla base del comportamento di certi uomini e certe donne che pensano di avere del potere sugli altri. Mentalità, questa, che è in grado di trasformare l'evento più bello nella vita di una donna in un incubo dal quale sembra non poterne uscire più. La lavoratrice in gravidanza non solo viene trattata come fosse un'appestata, ma viene fatta passare anche per una persona che ha commesso lo sgarbo più meschino nei confronti del datore di lavoro.

All'improvviso tutto ciò che prima della lieta notizia era perfetto (con tanto di complimenti sull'operato), ora è un unico errore.
Se prima c'era collaborazione da parte di tutti, ora ci si ritrova da sole ad affrontare mille problematiche ed è logico che un errore, anche solamente di distrazione, viene trasformato in una tragedia irreparabile di cui si è le sole responsabili. Questi soggetti sono talmente diabolici che hanno il potere di far credere che non si è più in grado di svolgere il proprio lavoro, e se non si sta più che attente, riescono perfettamente nel loro intento. E se dal punto di vista professionale agiscono utilizzando questa violenza psichica, dal punto di vista umano le umiliazioni sono ancora più pungenti. Prima della lieta notizia facevi parte di una "grande famiglia", dopo, improvvisamente, si diventa trasparenti. Quante volte mi è capitato di sorprendere capo e colleghe far pausa e andare a prendere il caffé senza nemmeno essere avvisata!? Eppure sino al giorno prima venivo invitata con un bel sorriso stampato sulle labbra!!!
Forse quando ho deciso di mettere al mondo una nuova vita non ho preso in considerazione un fatto fondamentale, e cioè che gravidanza, nella nostra società emancipata, è sinonimo di malattia contagiosa!!!! E per fortuna che il giorno in cui sono stata assunta mi era stato garantito che sarei entrata a far parte di una "grande e meravigliosa famiglia"!!! Che strano concetto di famiglia; la mia mi sostiene, mi consiglia, mi dà forza nel momenti più difficili e vacillanti. In questo ambiente, invece, si subiscono solo sguardi freddi, glaciali , quando addirittura non passi inosservata!!

A questo punto se tra chi mi legge c'è qualche donna che sta vivendo, o ha vissuto, un'esperienza analoga, la invito a raccontarla senza paura, perché sarebbe il caso di cominciare a denunciare le umiliazioni che la lavoratrice in gravidanza subisce passivamente nella società del 2010. E se questa nostra società, che si considera così evoluta, si pone in prima linea nel condannare quella islamica per come pone la donna su di un gradino inferiore rispetto all'uomo, come un essere da denigrare come meglio crede, bé lasciatemi dire che la nostra, grazie a questa categoria di "persone" è da considerarsi ancora più arcaica di quella islamica.

Prima di concludere, un'ultima osservazione. Mi sono chiesta migliaia di volte come mai le mogli di questi "uomini" hanno il diritto di mettere al mondo tutti i figli che vogliono. E sì, perché, guarda caso, queste mogli hanno sempre più di un figlio. Forse mi è sfuggito che esistono figli di serie A e figli di serie B!!!! Mi piacerebbe tanto sapere come, questi "uomini" reagirebbero se anche le loro mogli o, un domani, le loro figlie, subissero le stesse umiliazioni che loro stessi infliggono alle proprie dipendenti. Forse, lasciatemi passare questa cattiveria, meriterebbero proprio di vivere un'esperienza simile e, forse (ma non ne sono convinta) capirebbero quanta ingiustizia c'è sempre stata nel loro cuore (sempre che ne abbiamo uno).

Immagine: Giancarlo Piranda - Maternità
(www.giancarlopiranda.com)

 

 

 

 

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